No, non parlerò qui di esposimetri, di modalità di misurazione, di automatismi di lettura, di cartoncini grigi o di altri aspetti tecnici; un buon manuale di fotografia saprà illustrarvi, molto meglio di me, le tecniche ed i dispositivi da impiegare sul campo. In questo articolo, invece, mi piacerebbe condividere con voi alcune riflessioni di base – più filosofiche che tecniche – su quel pilastro imprescindibile della fotografia, che prende il nome di “esposizione fotografica”.
Tutto nasce dal nostro dito indice che, con grazia, preme il pulsante di scatto, aprendo così le porte della nostra fotocamera ai raggi di luce provenienti dalla scena inquadrata. La nascita di un’immagine fotografica, sia pure in forma latente, avviene proprio in quel breve e magico lasso di tempo nel quale quella luce, dopo aver viaggiato fra le lenti dell’obiettivo, arriva finalmente sul piano focale del nostro apparecchio e lì colpisce ed impressiona l’elemento sensibile – pellicola o sensore che sia. Ed è proprio la “quantità” di quella luce arrivata a destinazione, che determina la cosiddetta esposizione fotografica raccontandoci, una volta che l’immagine avrà preso corpo, la capacità tecnica ed il gusto del fotografo.
Dosare la luce
Ma quanta luce occorre per ottenere una buona immagine e, soprattutto, come fa il fotografo a dosarla? L’essenza della fotografia – che altro non è che l’arte di catturare la luce – in fondo risiede tutta in questa semplicissima domanda. La risposta, tuttavia, risulta alquanto impegnativa, coinvolgendo innumerevoli fattori che gli automatismi sempre più evoluti delle moderne fotocamere ci stanno facendo ormai dimenticare. Ed allora, solo per un istante, facciamo finta di avere un apparecchio fotografico privo di automatismi ed un esposimetro esterno: cosa dovremmo fare per determinare l’esposizione più adatta alla foto che intendiamo scattare e raggiungere il risultato che ci siamo prefissi? I risvolti creativi di questo processo si celano nel cervello del fotografo e non è possibile classificarli; quelli operativi, invece, possiamo raggrupparli nei seguenti macro-punti – ognuno dei quali in verità meriterebbe, per importanza, una trattazione separata:
- per prima cosa, con l’esposimetro, dobbiamo valutare la luminosità della scena da riprendere, adottando la tecnica di misurazione più adatta alla circostanza;
- dobbiamo poi compensare quei fattori ambientali che possano eventualmente aver ingannato la nostra lettura esposimetrica, come ad esempio – nel caso di misurazione a luce riflessa – un’atipica riflettività della scena (magari ben lontana da quel famoso valore del 18 percento su cui sono tarati tutti gli esposimetri);
- dobbiamo poi scegliere, sulla base di considerazioni di natura creativa, la miglior coppia tempo-diaframma, fra quelle “equivalenti” proposte dall’esposimetro (il fotografo, ad esempio, potrebbe voler privilegiare una maggior apertura del diaframma per aumentare la sfocatura dello sfondo in un ritratto, oppure allungare il tempo d’esposizione per effettuare un mosso creativo e così via);
- dobbiamo poi capire se i valori scelti per il diaframma nonché per il tempo d’otturazione possano presentare delle controindicazioni tali da compromettere la qualità dell’immagine finale (se il tempo di scatto è troppo lungo, la foto potrebbe venire mossa; se il diaframma è troppo aperto, potrebbero evidenziarsi alcune aberrazioni; se è troppo chiuso, potrebbe insorgere la diffrazione e così via);
- dobbiamo infine accertarci che non vi siano altri fattori da correggere, come la presenza, sulla fotocamera, di accessori o aggiuntivi ottici che assorbano parte della luce destinata al sensore o alla pellicola – ad esempio un filtro grigio, un polarizzatore o un moltiplicatore di focale.
Si rendono però necessarie due precisazioni:
- i passi sopra elencati costituiscono un modello meramente concettuale ed, al risultato finale, va aggiunto un buon margine di soggettività dettato dal gusto e dalle intenzioni del fotografo;
- nella pratica, le cose da fare potrebbero essere un po’ più semplici di quelle elencate sopra (ciò accade, ad esempio, quando si usa l’esposimetro interno alla fotocamera, beneficiando così dei vantaggi della lettura TTL) o, al contrario, più complesse (come nel caso di utilizzo del flash, di fonti d’illuminazione multiple, di luci miste e così via).

E gli ISO?
A questo punto, qualcuno si starà chiedendo come mai io non abbia menzionato gli ISO fra i fattori utili alla determinazione dell’esposizione. No, non me ne sono dimenticato, l’ho fatto di proposito! So bene di esprimere un’opinione personale ed opinabile, ma io non ho mai considerato la regolazione degli ISO come un’operazione “ordinaria” nell’impostare l’esposizione di un fotogramma. Non lo facevo con la pellicola, quando la sensibilità dell’emulsione non era regolabile (si doveva fisicamente sostituire il rollino o avere dei dorsi intercambiabili) e tantomeno lo faccio oggi, con la fotocamera digitale, visto che i sensori elettronici restituiscono le immagini migliori ad un ben determinato valore ISO – la cosiddetta sensibilità nominale, di solito pari a 100 o 200 ISO.
Non vedo il motivo per il quale, su una fotocamera digitale, io dovrei utilizzare un valore ISO diverso da quello ottimale, se non sono costretto a farlo – magari, per le condizioni di luce davvero molto scarse. Ma non è la norma, fortunatamente. Nel mio personale modello mentale – discutibilissimo, lo ripeto – io considero l’innalzamento degli ISO come una manovra d’emergenza da compiere solamente quando non si vedano altre alternative per portare a casa uno scatto irrinunciabile. Si tratta peraltro di una manovra che deteriora l’immagine, aumentando l’evidenza della grana nelle pellicole emulsionate o, nel caso dei sensori, aumentando il rumore elettronico (so bene che alcuni fotografi apprezzano la grana che, come molti altri “difetti” – penso ad esempio al flare o alla vignettatura – può essere usata a fini creativi, ma questo è un altro discorso).
E non finisce qui, c’è un’ulteriore importante considerazione da aggiungere sugli ISO. Dal punto di vista concettuale, infatti, essi hanno una connotazione profondamente diversa dagli altri due lati del cosiddetto triangolo dell’esposizione (che sono, come tutti sanno, il tempo d’otturazione e l’apertura del diaframma). Infatti, mentre la variazione di tempo e diaframma va effettivamente a modulare la quantità di luce che viaggia attraverso la fotocamera, la selezione di differenti valori ISO, invece, lascia tale quantità assolutamente inalterata.
Si tratta, insomma, di un inganno: la luce, di fatto, rimane la stessa, mentre ciò che realmente cambia con gli ISO è il grado di percettività dell’elemento sensibile il quale, in base al valore di sensibilità impostato, si lascia impressionare in misura diversa dalla luce che lo colpisce – nel caso della pellicola, ciò avviene utilizzando emulsioni con differenti caratteristiche sensitometriche; nel caso dei sensori, invece, l’artificio viene realizzato attraverso l’amplificazione elettronica del segnale di luminosità in ingresso. Peccato che, come abbiamo già fatto notare, l’aumento della sensibilità si paghi a caro prezzo in termini di qualità dell’immagine.
Per i suddetti motivi, dunque, io ho sempre considerato gli ISO come la gamba zoppa del triangolo dell’esposizione e ritengo che il vecchio modello a due fattori – ossia quello che, per intendersi, ha dato luogo agli EV – sia invece più calzante ed istruttivo. È un mio pregiudizio, lo ammetto: ma dal momento che, sul campo, non considero la variazione degli ISO come un’opzione “ordinaria” per modificare l’esposizione, non accetto il fatto che, nella logica del triangolo, la regolazione della sensibilità venga equiparata alla variazione dell’apertura del diaframma o alla modifica del tempo d’otturazione. Sono operazioni che non hanno la stessa dignità, pur apparendo intercambiabili.
Esposizione approssimata
Dopo questa lunga digressione sugli ISO, però, torniamo a parlare di esposizione. Abbiamo visto che, per pervenire alla tanto anelata esposizione corretta, il fotografo deve lambiccarsi – e non poco! – il cervello. E allora, visto che il perseguimento della giusta esposizione fotografica richiede un percorso mentale alquanto articolato, provo a lanciare una provocazione. Siamo proprio sicuri che sia così importante esporre alla perfezione? È davvero giustificato l’atteggiamento apparentemente maniacale dei patiti dell’esposizione, i quali s’aggirano sulla scena con il loro esposimetro esterno ed il cartoncino grigio, effettuando misure multiple e calcoli complicati?
Qualcuno potrebbe pensare che soprattutto oggi, nell’epoca del digitale, questi riti siano divenuti quanto meno eccessivi, se non inutili: in fondo, se si espone appena decentemente e si salvano le foto in formato raw, un paio di stop in più o in meno si riescono tranquillamente a correggere in fase di post-produzione così come, sempre in camera chiara, non è difficile operare sulle ombre un po’ troppo chiuse o sulle alte luci (purché al loro interno, ovviamente, vi sia ancora un minimo di dettaglio su cui agire).
Vi ricordate la vecchia regola del 16 per il calcolo dell’esposizione? Bastava impostare un tempo d’otturazione prossimo al reciproco della sensibilità della pellicola – ad esempio 1/125 di secondo a 100 ISO – ed un’apertura pari ad f/16 per ottenere la corretta esposizione in pieno sole.
Ed i pittogrammi stampigliati all’interno degli scatolini di cartone delle pellicole ve li ricordate? Poche, ma chiare, indicazioni sul diaframma da utilizzare, con una data emulsione, nelle varie situazioni d’illuminazione – pieno sole, ombra scoperta, nuvoloso, etc. Ed allora, se i produttori di pellicole usavano delle schematizzazioni così tanto semplificative per istruire gli utenti su come esporre il loro materiale sensibile, non si capisce perché, con le sconfinate potenzialità che oggi ci offre la tecnologia digitale dobbiamo ancora, per fare delle foto ben esposte, andare tanto per il sottile.

Molti di voi avranno fatto un balzo sulla sedia nel leggere queste ultime considerazioni, ma in fondo è giusto che ognuno, applicando la propria definizione di fotografia, arrivi alle sue personali conclusioni. Quindi, per meglio comprendere la questione, provo ad immaginare due fantastiche categorie di fotografi, denominandole per gioco “fotografo-artigiano” e “fotografo-artista” – accettando in anticipo il grosso livello d’approssimazione che sempre accompagna le schematizzazioni eccessive.
Il fotografo-artigiano
Il fotografo-artigiano scatta più per gli altri che per sé stesso. Egli non si pone il problema di “interpretare” il mondo, ma vuole soltanto riprodurlo. L’unica cosa che gli interessa è che le sue foto siano ben leggibili in ogni dettaglio o, almeno, nei dettagli che contano. L’esposimetro interno alla fotocamera e le moderne letture “intelligenti” sono più che sufficienti allo scopo. L’eventuale correzione dell’esposizione – anche un paio di stop in più o in meno – si può fare tranquillamente in post produzione. Qualche caso più impegnativo (un tramonto, un controluce, etc.) lo si risolve sul campo a tentativi, visualizzando l’immagine sul display della fotocamera e ripetendo lo scatto, se occorre. Certo, il display della fotocamera non è il massimo, ma consente comunque di raggiungere un’esposizione non eccessivamente sbagliata da correggere a casa con calma.
Con questo approccio si vive felici, senza complicarsi troppo l’esistenza e le foto risultano di norma più che soddisfacenti, visto che lo scopo da raggiungere consiste esclusivamente nella buona leggibilità della maggior parte dei dettagli presenti nell’inquadratura. Nei casi estremi (ad esempio se la scena presenta un intervallo tonale che supera di molto la latitudine di posa del sensore) si può anche rinunciare alla foto, non casca mica il mondo. Le foto così ottenute sono quasi sempre buone, a volte anche ottime. Poco importa che esse non siano il frutto di un tentativo studiato di interpretare la realtà sottomettendola ai propri fini creativi. Non importa perché il fotografo-artigiano ha unicamente lo scopo di riprodurre in modo leggibile ciò che ha dinanzi l’obiettivo per mostrarlo agli altri e nulla più.
Quest’approccio alla fotografia – si badi bene – non va giudicato negativamente e merita il massimo rispetto; oltretutto esso conduce di norma a risultati apprezzabili, con poco sforzo e minor spesa.
Il fotografo-artista
Il fotografo-artista, invece, ha una concezione diversa della fotografia. Dovendo “scrivere con la luce”, egli non può fare a meno della misurazione accurata dell’esposizione, nelle sue forme più sofisticate e con gli strumenti più evoluti.
Se deve comporre un’immagine low-key o high-key, se deve misurare singolarmente l’esposizione dei vari centri di interesse per decidere in che punto della scala tonale farli cadere, se deve quantificare la latitudine d’esposizione che presenta la scena per esporre eventualmente “a destra”, se deve cercare e misurare i valori d’esposizione estremi presenti per provare a lasciare di proposito qualcosa fuori dall’inquadratura, se deve predisporre la sua foto alla stampa su una rivista limitando in partenza la gamma tonale, se vuole fare tutto ciò e molto altro, il fotografo deve disporre degli strumenti più adeguati e soprattutto di tanta, tanta perizia ed esperienza. Per non parlare poi della fotografia in studio nella quale la luce, prima che misurata, va pensata e predisposta.
Certo, anche al fotografo-artista può capitare di ripetere lo scatto con valori diversi di esposizione per sentirsi più sicuro, o di guardare il risultato sullo scadente display della fotocamera. Ma sempre dopo l’attento studio della scena. E l’uso dell’esposimetro, se si vuole raggiungere un risultato prefigurato, diventa assolutamente irrinunciabile.
Il fotografo-artista aggiusta l’esposizione in post-produzione in un numero sicuramente inferiore di circostanze: ad esempio se ha esposto volutamente a destra per sfruttare al massimo la gamma dinamica, o se vuole operare dei mini aggiustamenti per agire sull’atmosfera della foto (ma, in tal caso, si parla di terzi di stop o al massimo di mezzo stop). Egli usa la correzione dell’esposizione in camera chiara come un utile strumento aggiuntivo atto a raggiungere quel risultato immaginato già prima di scattare (cioè in fase di progettazione della foto) e non come un mezzo per sopperire agli errori commessi sul campo. Il fotografo-artista sa bene che la stessa scena può essere ripresa con valori d’esposizione diversi, tutti corretti! Sì, perché l’esposizione giusta non è mai una sola, ma ce ne sono tante. Ognuna funzionale ad un racconto diverso e ad una diversa interpretazione della scena.
Conclusione
Concludo con un’ultima considerazione. Se il verbo “fotografare”, etimologicamente, significa “scrivere con la luce”, è inevitabile che sia proprio la luce l’elemento più importante con il quale i fotografi devono, in ogni circostanza, fare i conti. La problematica della corretta esposizione di cui abbiamo fin qui parlato, però, copre solo una parte, sia pure importante, della questione in quanto, oltre all’intensità, la luce possiede molte altre caratteristiche fotograficamente rilevanti – come la direzione, la durezza o la temperatura di colore – che bisogna ineluttabilmente portare in conto e delle quali torneremo sicuramente a parlare.